Come forse si è reso evidente dai miei articoli, quando mi annoio o quando ho un attimo per pensare, amo sviluppare teorie tutte mie da lanciare nel bel mezzo delle conversazioni.
I miei amici non ne possono più, e anche il mio psicologo inizia a tremare quando esordisco con “Sono giunta alla conclusione che…”.
Purtroppo per voi, amo tutto ciò che è poco utile, e soprattutto che mi distolga dai miei doveri, perciò intanto che gli scatoloni del trasloco mi fissano con rimprovero, voglio condividere questa teoria con voi.
Ritengo che ogni città abbia una sua personalità. Questa anima è impossibile non percepirla, ed è impossibile vincerla, perciò non solo stare bene in una città deriva dal match tra noi e questa personalità, ma anche in base a dove siamo ci risulterà più facile fare alcune cose a discapito di altre.
Per esempio: Bologna, la mia città d’origine, è fatta per pensare, leggere e studiare. Architettonicamente parlando, i suoi portici bloccano la visuale con il cielo, perché lo sguardo deve essere basso, riflessivo, così i suoi pensatori non si distraggono, e soprattutto così che la pioggia non possa bagnare i libri tenuti sottobraccio. Il clima rigido d’inverno dura a lungo, così che i suoi abitanti possano rintanarsi in camere o biblioteche e studiare oppure in storiche Osterie e nutrire il cervello con quella cucina così ricca e grassa da permettere di non sentirsi mai deboli intellettualmente. Non è la città per antonomasia degli sportivi, tanto che la lunga salita per arrivare a San Luca viene usata come scommessa, fioretti vari, o sfogo domenicale dopo i lauti pasti del sabato sera. E’ la città dei professionisti e degli acculturati, perfetta per scrivere un saggio o per studiare, per i filosofi o per i poeti.

Prima di trasferirmi a Roma ricordo che mio nonno mi diceva sempre, con una cadenza bolognese da sogno: “Bella Roma, bellissima, ma i romani non fanno un cazzo”. Dopo 13 anni qui, posso confermare al cento per cento questa denuncia. Ma non è colpa nostra, di noi che viviamo a Roma. E’ colpa della città.
Questa è la parte più importante della mia Teoria, ovvero che qualsiasi cosa ci si senta spronati a fare o non fare dipende in una grandissima parte dal posto in cui siamo.
Roma ha l’energia dei pellegrinaggi, quindi è tanto invitante quanto respingente una volta ottenuto ciò che ti serviva e che lei ti poteva offrire. Come Verdone ne La Grande Bellezza di Sorrentino, orde di giovani da tutta Italia temono il momento in cui Roma li deluderà e passati tanti anni farà loro rendere conto che tutte le speranze che avevano riposto, non hanno trovato terreno fertile.
Me ne vado Jep. Torno al paese, dai miei. Per Sempre. Non passo neanche per casa, lascio tutto, così. Sono 40 anni che vivo in questa città. […] Roma mi ha molto deluso.
Mi trasferisco a Roma perché spero di ricevere una Grazia dal Papa, perché spero di diventare un’attrice, perché spero di trovare il lavoro che non trovo al mio Paese, perché spero in una carriera politica di potere. La Speranza è una delle energie sottili dell’anima di questa città.
In più c’è il tema del Tempo. Camminando su strade in cui migliaia di anni prima ha passeggiato Cesare o Seneca, il tempo qui rischia di inghiottire i Romani. La natura respingente di Roma prova a farti minacciare di andartene ogni anno, per poi rimanere e voltandoti scoprire che sono passate decadi senza che te ne accorgessi.
Arrivando al punto della nullafacenza, Roma ha un’essenza opposta a Bologna. Cieli aperti, alti palazzi storici, soffitti affrescati che si intravedono dalle finestre, Colossei, Fontane di Trevi e Colonne imponenti ad ogni angolo. Ma come si fa ad essere produttivi in un posto così? Le persone qui sono aperte come la città, quindi è impossibile non stringere rapporti. Le relazioni di solito nascono da Pause e Cinismo. Mi spiego: se Roma ti ha giocato uno dei suoi scherzi come strade bloccate, mezzi di trasporto al collasso o turisti che bloccano ogni passaggio, lamentarsi e indignarsi ti renderà appetibile per una nuova conoscenza, perché qui si è apprezzabili se non risulti laccato, in ordine, ottimista e sempre contento. Qui vince l’umanità che non ha paura di mostrare rabbia, e i mille modi in cui la vita ci schiaffeggia sono il terreno comune per stringere legami indissolubili.
A Roma ci si ferma. Si prendono pause: dalla città stessa, per lamentarsi di qualcosa, per scambiarsi battute urlate per strada o per guardare quella statua di marmo divina che ti era sfuggita. Perciò non siamo noi, ma ancora una volta è colpa della città.

Potrei andare avanti per ore setacciando i paesi in cui sono stata, ma se volete l’elenco completo dobbiamo andare a cena insieme. Intanto posso citarvi Palermo per esempio, che mi ha colpito per il suo alternarsi di palazzi magnifici e imponenti e di negozi abbandonati o facciate in rovina. Di notte piazze nascoste e viuzze del centro si animano di una vita che fa risvegliare anche le viscere. Per me Palermo è una città molto impegnativa energicamente parlando, e riconosco sempre la capacità dei Palermitani di essere tenaci come nessun altro, come le facciate dei palazzi che resistono al tempo o come una splendida cultura antica che resiste alle facili generalizzazioni e storpiature macchiettistiche.
Oppure c’è Milano, città che ho visto risucchiare amici e conoscenti, in nome di lavori prestigiosi e ben pagati. Milano secondo me sta tutta negli interni dei palazzi: ristoranti lussuosi, negozi magnifici e appartamenti di design. Io e miei amici romani amiamo ridere, con quel senso di superiorità che arriva dall’Impero Romano, del fatto che i Milanesi considerino meraviglioso il quartiere dei palazzi con il Bosco Verticale. Per carità, carino eh, ma troppo entusiasmo, è evidente che sia meglio puntare agli interni. Purtroppo negli anni ho notato come chi si trasferisce a Milano diventi inevitabilmente molto focalizzato su soldi e successo. Sicuramente ospita grandi menti e grandi lavoratori, ma vedo un circolo vizioso tale per cui si lavora per permettersi lussi generati e non trovati, creati dal gusto e dall’estro di chi ci vive. La mia domanda per i Milanesi è : se ogni weekend scappate dalla vostra città, proprio nel momento in cui dovreste godervela, non è che forse manca qualcosa nelle vostre giornate?
Napoli invece è come mi immagino la vita vera, quella che si scopre crescendo, quando il gioco si fa più duro. Brutture architettoniche e opere favolose, zone pericolose e quartieri capaci di farti ritrovare la voglia di vivere, il tutto circondato dal mare, con la sua forza distruttiva e generativa. Caos, bellezza e rischio. Tutte interconnesse e inseparabili.

Chiudo citando un paio di città lontane, per darvi un assaggio internazionale. New York, una delle mie preferite, è secondo me la città dei fuori sede per eccellenza. La famiglia è quella composta da altri esuli come te e le giornate si concludono quasi sempre con cene o drink di socialità. Lo sguardo camminando per la città è alto, come i desideri. New York è la città dei desideri, il posto in cui davvero senti che tutto è possibile, perché è qui che l’uomo ha costruito opere moderne per toccare le nuvole. Tanto cruda da lasciare indietro i più deboli, tanto inclusiva da creare posti che incontrino i gusti di chiunque. Come le sue strade giganti, si percepisce il privilegio e l’angoscia di poterci sentire minuscoli nel grande spazio che è il mondo.

Vorrei analizzarvi per bene anche un posto magico come Nuova Delhi, ma purtroppo dopo pochi giorni dal mio arrivo ho preso la Scarlattina, e questo la dice lunga su quanto sia debole l’Occidente rispetto all’Oriente, checché se ne dica. A Nuova Delhi ho visto spaccati di vita che ancora a volte tornano nella mia mente e spesso penso a questa città quando mi sento infelice senza motivo o senza speranze. Qui si impara come porsi davanti al tema del Giusto e Sbagliato, con i loro confini cosi frastagliati e labili.
Mi sono dilungata parecchio a scrivervi della Teoria dell’Anima delle città, quindi ora immaginate perché il mio terapeuta cerchi di riportarmi sempre a non cedere alla trappola delle Teorie e Definizioni.
Ma tutto nasce da un’ambizione, ovvero di riuscire a tornare a vivere negli spazi, nei luoghi e non a prescindere da essi. Se è vero che tutto è energia, allora anche le città lo sono, e scegliere cosa visitare o dove stare, può essere l’ennesimo segnale silenzioso della nostra anima che ci dice di cosa abbiamo bisogno. Soprattutto, non siamo sempre noi gli unici grandi responsabili del nostro vivere e del nostro sentire. Lungo le strade che percorriamo ogni giorno, altre storie hanno camminato, e magari quando non ci saremo più, quel parco in cui ci siamo seduti o quel monumento davanti al quale siamo rimasti a bocca aperta, avrà lo stesso effetto su un’altra persona, creando una rete di lasciti invisibili che ci permettano di sentire un po’ di eterno anche quando tutto cambia.