Questo inverno sono stata a vedere una mostra fotografica bellissima a Bologna, e mentre passeggiavo un po’ ricurva tra le cornici, nella sala accanto suonava “La crociata dei bambini” di Vinicio Capossela. Mi sono chiesta se la Signora con i baffi che reggeva fiera un pugno di tagliatelle si immaginava potesse finire appesa su un muro con una sconosciuta come me ad ammirarla, facendo congetture sulla sua vita.

Io non sopporto chi non racconta di sé. Chi custodisce la propria storia come se la privacy fosse realmente la cosa più importante che abbiamo. Come se fosse sconveniente raccontarsi, come se fosse da deboli uscire dal quel sottile confine borghese che ci impone di non comunicare in maniera personale.
Invece amo chi si scuce anche e soprattutto con gli sconosciuti. Amo le storie e ancor di più adoro la felicità che ci prende quando qualcuno lascia che narriamo a modo nostro quell’aneddoto la millesima volta.
“Com’era tua nonna?” ” Come vi siete conosciuti?” “Come sono stati i tuoi 30 anni?” Sono le cose che chiedo in continuazione nei miei slanci da Maria De Filippi.
La mia famiglia ha tante storie di personaggi sconnessi e incredibili , così ho pensato di raccontarne qualcuna.
Il Nonno Berto faceva il muratore e finì le scuole elementari studiando da solo al bar la sera dopo aver staccato dal lavoro. Amava leggere Trilussa nonostante fosse Bolognese, ed era bravissimo a regalare Profumi, azzeccava sempre i gusti di ciascuno. Fondò il gruppo di Comunisti di via del Pratello e adorava comprare vestiti a poco prezzo che chiedeva a sua moglie di aggiustare, come quel paio di Pantaloni quattro taglie più grandi e di cui ancora la mia famiglia ride. Era un talentoso falegname, tanto che si fece tutti i mobili da solo. Amava fare anche i Burattini.


Suo fratello Geppe sopravvisse ai campi di Concentramento, ma non disse mai nemmeno una parola riguardo a quella esperienza. Si nascose nelle fosse biologiche e tornò a piedi dalla Germania. Anche lui amava i burattini.
La sorella Geppina amava l’arte. Lavorava alla Buton e ed era fidanzata con un uomo che la convinse a sposarlo subito prima di partire in guerra per farle avere la pensione nel caso in cui morisse. Così accadde e lei non si risposò mai più. Abitava nelle case popolari ed era incredibilmente istruita. Tanto che durante il giorno prendeva i bimbi del quartiere che giravano per strada, li teneva in casa e insegnava loro quello che sapeva o li faceva giocare, poi nel pomeriggio li riaccompagnava a casa e tutti la adoravano. Aveva un occhio di vetro.
La moglie del Nonno Berto era la Nonna Dina, una sarta. Conosciuta da molti come la persona più buona del globo terrestre. Un giorno a 40 anni si sveglia, racconta di aver visto la Sacra Sindone e poi rimane paralizzata alle gambe, per un morbo rarissimo e poco studiato.
Una nostra parente (di cui nessuno ricorda il nome), ad un certo punto è scappata con il Circo Orfei. Si dice che si fosse innamorata di un componente e che mandasse sempre vestiti bellissimi a mia mamma.


Maria era la sorella della mia bisnonna e aveva i capelli lunghissimi. Guidava la sua moto, che per i tempi era impensabile per una donna, ed era bellissima. Si innamorò di Sante, che faceva il politico e girava per le strade di Bologna sempre con un Garofano rosso appuntato alla giacca. Qualche tempo fa abbiamo trovato dei documenti che testimoniano il suo esilio in Francia per aver incitato dei lavoratori a canti di rivolta contro gli oppressori. Il funerale di Sante fu imponente e illustre quanto un funerale di Stato.


Maria morì di parto a 30 anni e lasciò il figlio alla sorella Cleonice. Cleonice, detta Nice, a 16 anni firmò alcuni documenti fingendo di averne 25 per aprire la sua prima attività. Poi aprì un ristorante e infine un Bar sulla via Emilia. Si sposò con il marito della sorella e nacque mia nonna. Quando era piccola, una ricca coppia che non poteva avere figli offrì a sua madre che faceva la cuoca di adottarla per farla studiare e crescere negli agi, ma sua madre si rifiutò. Rimase vedova a 38 anni e non si è mai voluta risposare, perché dichiarava ” Non voglio finire a fare la badante di qualcuno”. Aveva il suo bar, che stava aperto tutta la notte e se durante il turno di mia nonna qualcuno alzava troppo il gomito e faceva rumore, la nonna Nice scendeva con i bigodini e i pugni ai fianchi. Ritornava il silenzio. Era una vera matriarca emiliana, si faceva 2 ore di pullman per andare a scegliere il vino da servire e aveva un fiuto per gli investimenti immobiliari incredibile. Un giorno suo marito Sante, che era un donnaiolo, le portò a casa una signora che possedeva varie case chiuse e che cercava una prestanome. In cambio le avrebbe intestato e lasciato le sue tre case a Roma, Firenze e Bologna. La Nice non accettò e si dice che Sante venne cacciato di casa per un periodo.


Artemisia e Giuseppe fecero 12 figli, abitavano in campagna e lei ogni giorno cucinava per 20 persone. Si dice che fosse dotata di una di quelle rare saggezze antiche e che avesse mille rimedi misteriosi per ogni situazione. Sopravvissero solo 7 maschi e ad ognuno di loro diceva “Alla vostra morosa dovete volere bene davvero, altrimenti lasciate che torni a casa dalla sua mamma che di bene gliene vuole”. Tra questi figli maschi Adelmo, il mio bisnonno, conobbe Alfia ad una processione di paese, perché ai tempi i ragazzi vi partecipavano per vedere le ragazze. Ebbero 5 figli e furono sempre legati alla loro terra, fieri delle loro origini di campagna.
Infine la bisnonna Clara, incredibilmente alta per i tempi, si sposò con Primo. Quando rimase incinta dei suoi due gemelli il nonno Primo era in Guerra, e si mandavano lettere in cui parlavano della mietitura, di Spalato e del mio nonno Graziano che aveva le gambe storte. Rimasto vedovo a 53 anni, Primo visse con i miei nonni dopo il loro matrimonio. Quando nacqui io, era da non so da quante generazioni che non nasceva una femmina, e lui era di una felicità indescrivibile. Mi nascondeva i wafer nel suo comodino ogni volta che andavo a trovarlo.



Non occorre tornare all’Odissea o ai fratelli Grimm, le Vite degli Altri sono le storie più belle che potremmo mai sentire. Mi capita spesso di chiedermi se mai passerò alla Storia per qualcosa, se quello che ho vissuto conterà qualcosa per qualcuno.
Ma la Storia non è fatta solo di Atleti, Astronauti, Scienziate famose o Politici, ne esiste una parallela, più intima, che ama svelarsi nelle sale da pranzo, passeggiando lungo il fiume o sfogliando un vecchio album. La si può trovare anche sulle panchine degli autobus, nelle file per fare qualcosa di noioso, seduti in treno.
Le Vite degli Altri sono romanzi Epici. Storie di come si può sopravvivere con più tenacia di un eroe cavalleresco, storie di quanto siamo resistenti, capaci di fare scelte anche ottime, storie dei nostri talenti che esplodono anche nelle condizioni più castranti.
Ogni volta che qualcuno ci racconta la sua storia, o quella di qualcuno che non c’è più, mi piace pensare che la Vita assuma il suo vero senso, ovvero quello di srotolarsi tra le guerre, le vedovanze, i figli perduti, i doveri e i progetti mai realizzati lasciandoci percepire quanto siamo personaggi invincibili ed esempi di grazia.
Le Vite Degli Altri hanno bisogno di essere narrate, scoperte e rievocate tutte le volte in cui non ci sembra un granché essere qui. Per poter fare quel qualcosa in più che sia bello da raccontare quando non ci saremo.