Spesso mi fermo a riflettere sulle cose che per tutta la vita saremo costretti a fare quotidianamente. Mi piace chiedere ai miei amici, quando la conversazione langue, “ma tu ci hai mai pensato che per tutta la vita sarai costretto a lavarti i denti? A tagliarti le unghie? A lavarti capelli?”
Quello che più mi angoscia, da buon Aquario, è il pensiero che esistano comportamenti o gesti che siamo forzati a reiterare all’infinito, salvo che un’eredità inaspettata ci permetta di avere la vita di Eddie Murphy ne “Il Principe cerca moglie”.
Tra le varie azioni di cui siamo schiavi, ovviamente è compreso lo Sparecchiare. Schiavitù che spesso ci porta a saltare la fase in cui si Apparecchia. Sono fortemente convinta che esista una connessione tra l’umore e come sia apparecchiata la tavola. Sappiamo tutti che quando pranziamo o ceniamo da soli spesso la padella diventa il piatto di portata, lo Scottex ruvido quanto la barba ricresciuta il nostro tovagliolo, e la bottiglia ammaccata il nostro calice in cristallo. Ma questo è un errore. Un’enorme errore.
Non possiamo lamentarci dei nostri pensieri suicidi se poi commettiamo errori come questi. A volte pensiamo di essere tristi, ma sono le mutande con un elastico debole, il calzino liso nel tallone, il golfino con i pelucchi e i completi letto spaiati con fantasie diverse lenzuolo-federe, a renderci infelici. Così come quei piatti vinti con i punti della Granarolo nel 1982, i tovaglioli a due veli e mangiare direttamente dai Tupperware.


Dico questo non perché io sia una giudice di Cortesie per gli Ospiti, ma perché tra le mie ultime ossessioni si è aggiunta la contemplazione delle tavole quando abbiamo finito di mangiare.
Non so se l’abbiate mai notato, ma sembrano quadri. Che sia una cena frugale in casa o un bel pranzo all’aperto in un ristorante fuori porta, la tavola prima di essere sparecchiata è foriera di una poesia tutta sua.

Chi è stato seduto a mangiare? Una coppia? Un gruppo di Amici? Una Famiglia o una persona da sola? Magari c’è appena stato un compleanno, oppure uno dei due deve chiedere dei soldi all’altro; magari un pranzo di lavoro, o ancora una rimpatriata o un primo appuntamento.



Innanzitutto ai lati del nostro posto a sedere di solito mettiamo gli oggetti per noi fondamentali: le sigarette, un ciuccio, il telefono, due telefoni (se fai un lavoro che evidentemente devi cambiare al più presto), un libro da aprire tra una portata e l’altra, un paio di occhiali da sole.
Personalmente amo le macchie di vino rosso, le tracce di briciole dal cestino del pane fino al posto del commensale che non ha resistito fino agli antipasti, le costruzioni fatte con i tappi delle bottiglie e i loro supporti di ferro intrecciato, gli stuzzicadenti spezzettati e i disegni sulle tovagliette di carta di un qualche bistrot.


Le tavole registrano il nostro passaggio e guardarle a posteriori può dirci molto circa la qualità del momento che abbiamo consumato. Più lasciamo il caos, più ci è piaciuto restare seduti, più la compagnia ne ha fatto valere la pena, più sono state scambiate opinioni, aneddoti e confessioni.
Per questo ho sempre avuto reticenze sul cenare o pranzare insieme a qualcuno che stai ancora solo frequentando. Meglio gli aperitivi, per un anno circa. A tavola ci si trasforma, ci si deve svelare per quello che si è, meglio aspettare. Un anno di aperitivi con gli amanti e le cene solo con gli amici di sempre.
Perché stare seduti a tavola può essere anche una prigionia. Penso a certe cene aziendali, connotate da tovaglioli stropicciatissimi segno di numerose pause, oppure alle tracce di pennarello lasciate da qualche bambino mentre cercava di colorare tra tutti quei discorsi noiosi, le cene in cui si litiga o ci si lascia e i fazzoletti sporchi di mascara si accumulano accanto alle posate. Ricordo dei pranzi d’estate in campeggio con i miei nonni e i loro amici, di domenica, e il momento in cui l’orario per vedere la Formula Uno in tv imponeva a tutti di alzarsi. La tavola restava congelata, come se tutti i commensali fossero scappati. Le mosche attorno all’anguria, il ronzio ipnotico delle auto al millesimo giro e il campeggio appisolato nel silenzio della digestione.



Tra poco è Natale, quindi avremo tavolate da studiare e resti poetici da leggere. Se qualcuno vi dirà qualcosa che vi fa arrabbiare o peggio che vi fa venir voglia di piangere, distraetevi giudicando la sua personalità dal suo posto a tavola. Magari la persona in questione quando beve lascia pezzi di cibo sul bordo del bicchiere, oppure ancora peggio mangia sezionando le parti del cibo come se fosse un bambino. Noi siamo tutt’altro tipo di commensali. Noi sappiamo parlare di altro che non siano titoli di giornale. Potreste inventarvi che nuovi studi hanno dimostrato che dal modo in cui si usano le posate, è possibile diagnosticare gravi nevrosi.
La prossima volta che ti alzerai da una qualsiasi tavola, se guarderai quel che resta del tempo che hai speso, spero che vedrai un bel quadro, che rifletta ciò che hai vissuto. Altrimenti, nulla ti vieta di decorare artificiosamente la tua Tavola, nella speranza che magari il cameriere, prima di sparecchiare, possa fantasticare su di te, su chi sei e su cosa è successo tra le portate. Prima di sparecchiare tutto e lasciare la tovaglia bianca pronta per essere dipinta da altri.
Spesso mi chiedo se esista il Paradiso. Se posso o meno stare serena prima di addormentarmi. Ovviamente non mi sono ancora risposta, ma se il Paradiso esiste mi auguro che sia una tavolata lunghissima, apparecchiata con una tovaglia bianca di cotone e i tovaglioli abbinati. Mi auguro che i calici pieni di vino rosso abbiano i bordi dorati, che i piatti siano di un vecchio servizio di ceramica Inglese e le posate pesanti. Mi auguro di poter mangiare fritti e tortellini all’infinito, con qualche pausa per fumare, e mi auguro di farlo tra le risate delle persone che ho amato. Mi auguro che ci sia anche il dolce. Mi auguro di accendermi per qualche discussione importante e di commuovermi per le storie di chi si vuole raccontare, e anche di riascoltare quelle che già conosco. Magari qualche pittore famoso o scrittore di successo che non c’è più e che mi ha ispirato si unirà a noi per il caffè, sedendosi accanto alle mie bisnonne. Se il Paradiso dovesse essere così, mi auguro che non venga mai nessuno a chiedere di alzarci per sparecchiare.
